02 May 2016
Dignità, il tema del Festival per la nona edizione
Stefano Rodotà
Dignità significa rispetto. Ma non, come nel mondo antico, per un particolare status, che assicura un rango e una condizione di privilegio. Al contrario, la dignità nel mondo moderno implica il riconoscimento di ciò che ci accomuna in  quanto essere umani, l’impossibilità di trattare gli altri come mezzi e non come fini. Oggi si parla molto di dignità, ma essa di fatto è continuamente violata.  Eppure si tratta di una delle parole d’ordine che hanno determinato la rivoluzione costituzionale dell’ultimo dopoguerra. Questa ha dato vita al paradigma dello Stato costituzionale democratico e sociale, che ha consentito – almeno nell’Europa occidentale - di includere larghe masse nella cittadinanza democratica di Stati pluriclasse, superando quella guerra civile europea che aveva trascinato il mondo in un rovinoso conflitto totale. Non a caso, la dignità si trova in cima alla Carta tedesca, che si apre proprio con le parole: «La dignità umana è inviolabile». La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si apre affermando lo stesso principio. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 integra la forma tradizionale «tutti gli uomini nascono liberi e uguali» aggiungendo «in dignità e diritti». L’art. 3 della Costituzione italiana afferma che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale», arricchendo la nozione di dignità di una fondamentale connotazione sociale: essa non deve essere riconosciuta solo alla persona in quanto tale, ma anche nella relazione con gli altri. Ciò significa che non si tratta solo di affermare un principio morale astratto, ma di concretizzare il riconoscimento dell’uguale valore delle persone – soprattutto quando sono più esposte e vulnerabili - nei contesti in cui si svolge la loro vita: nell’ambiente di lavoro, nei luoghi di cura, a scuola, in famiglia. La vulnerabilità dell’umano implica una presa in carico da parte del diritto, che avviene all’insegna dell’idea di dignità: ciò significa dare più forza a chi ne ha meno, impedire discriminazioni e prevaricazioni, in tutte le forme in cui possono manifestarsi. Le conseguenze economiche e sociali di questa impostazione sono evidenti:  nessun dogma tecnocratico né interesse geopolitico può giustificare  un allentamento delle garanzie della dignità tale da minarne l’efficace protezione. Ciò significa che politiche pubbliche e prassi istituzionali le quali svuotino di fatto i diritti fondamentali, tanto civili quanto sociali e politici, sono prive di legittimità, perché incompatibili con il costituzionalismo più avanzato, affermatosi nella seconda metà del Novecento, quello appunto della dignità.
Nella società moderna, la dignità non indica un’essenza immutabile, magari da contrapporre polemicamente ad altre visioni della natura umana, ma le condizioni e le  modalità di un esercizio della libertà in condizioni di effettiva parità. È il progetto di società della democrazia costituzionale, difficile, mai compiuto, destinato a scontrarsi costantemente con logiche di dominio – sia simbolico sia materiale - che opponendosi alla ridistribuzione di potere sociale ripropongono, anche nel mondo globale, un paradigma profondamente gerarchico. La lotta per la dignità è la lotta per i diritti quali strumenti di liberazione sociale e personale: qui può essere la leva per impedire che il caos geopolitico ed economico nel quale siamo gettati abbia esiti esiziali per la democrazia. Soprattutto l’Europa deve risvegliarsi e ritrovare le proprie radici costituzionali, se non vuole condannarsi all’impotenza e alla disgregazione, e perciò ad essere fattore non di razionalità politica, ma di regresso civile. Le questioni dei rifugiati e delle migrazioni, quelle relative al tipo di risposta (se emergenziale o politica) da dare al terrorismo fondamentalista, le preoccupazioni connesse alle guerre ai nostri confini (le cui conseguenze entrano sempre di più all’interno dell’Europa) si legano ai problemi della sicurezza sociale, agli effetti della disoccupazione (soprattutto giovanile) e della svalutazione del lavoro. Questo cortocircuito non solo continua ad alimentare la crisi, ma produce una radicale delegittimazione degli ordinamenti politici e costituzionali. La saldatura tra paure, rabbia sociale e sfiducia può condurre ad avventure. A questo non si risponde rinserrandosi nell’oligarchia, ma raccogliendo le sfide per la dignità sociale che provengono dal basso. Se il diritto riannoda questo filo, potrà contribuire a superare il divorzio governati-governanti e a costruire un nuovo habitat per realizzare forme di liberazione (che saranno sempre parziali e provvisorie, ma non per questo meno irrinunciabili) dall’oppressione del potere arbitrario e dal bisogno: solo così è plausibile l’idea, altrimenti retorica e ingannevole, di una società nella quale, realmente, tutti possano essere liberi.
Il Festival del diritto 2016, attraverso la bussola della “dignità”, punterà a offrire  un quadro critico delle grandi sfide che attendono il diritto nel tempo presente, che rendono necessarie innovazioni coraggiose, ma nelle consapevolezza profonda dei fondamenti, inscritti nella tradizione del razionalismo giuridico moderno, sui quali costruire. Quelle sfide investono ambiti molto concreti della vita delle persone, mutandone l’esperienza: dal mondo del lavoro agli effetti delle migrazioni, dalla rivoluzione delle donne e dei diritti di genere alle trasformazioni della famiglia, dalla tutela dell’ambiente a quella della salute, dal funzionamento della giustizia al potere dei media. Come ogni anno, il Festival sarà un lavoro comune e aperto, che vedrà il contributo plurale di associazioni di volontariato, scuole, autorevoli studiosi (giuristi e non) e testimoni della contemporaneità. 

Stefano Rodotà
Coordinatore scientifico del Festival