Festival del diritto
La voce delle scuole
10 October 2010
Dal locale al globale: liberta’ di commerci, liberta’ di essere uguali
10 October 2010
Anche quest’anno il Festival del Diritto ha visto protagoniste tante personalità importanti, tra cui il sociologo polacco Zygmunt Bauman,relatore dell’ultima conferenza del Festival, con il quale il pubblico ha potuto discutere di globalizzazione e di una modernità in continua evoluzione, una modernità dopo la modernità, insomma, in cui, paradossalmente, la ricerca dell’uguaglianza parte proprio dal suo opposto, ossia dall’esclusione.
L’atteggiamento più diffuso nei confronti della modernità è un sospettoso sentimento di diffidenza e lo stesso Bauman non aspira a delineare un mondo totalmente nuovo, ma si limita a criticare le realtà già esistenti, a partire dalle idee umane, dal posto che ognuno occupa nel mondo e da quegli apparati burocratici che non sembrano agire per razionalizzare le procedure economiche ma bensì soltanto per accrescere la propria influenza.
“Globalizzazione” quindi non necessariamente significa “democratizzazione” , dato che è la strategia universale della lotta per il potere quella che potrebbe essere considerata la “madre di tutte le disuguaglianze”.
La così tanto esaltata “globalizzazione” in cui nuota la società moderna, talvolta senza nemmeno rendersi conto fino a che profondità ne è immersa, risulta quindi essere un’ arma a doppio taglio, una sorta di macete che separa nettamente la classe povera da quella ricca. Ma in una realtà così evoluta non è poi paradossale e quasi denigrante dover ancora distinguere tra ricchi e poveri? Bauman parla chiaramente di una società liquida, in cui persone e capitali sono amalgamati insieme come se fossero stati gettati in un unico calderone che rappresenta la globalità. Per il datore di lavoro è quindi molto più semplice trasferire ingenti somme di denaro ai Paesi sottosviluppati per trarne i maggiori profitti, ma tutto ciò comporta per il lavoratore conseguenze di livello distruttivo. Essi infatti dipendono dal datore di lavoro molto più di prima e si riducono cosi alla stregua di pedine di un gioco più forte di loro, "sballottati" da una parte all’altra del mondo senza trarne benefici e vedendo al tempo stesso il loro lavoro divenire completamente svalutato.
La comunità globale sembra quindi rimandare alla libera circolazione del crimine, alla denazionalizzazione delle imprese, al grande “giro” di manodopera e capitali che sembra favorire solo le grandi potenze che sono supportate da una politica solida, alla facilità di trovare informazioni teoricamente private. Ma non riserviamoci di vedere il bicchiere sempre e solo mezzo vuoto : globalizzazione significa anche, citando Bauman, “ to be kind to each other ” ( essere collaborativi reciprocamente).
Quante persone povere, miserabili, quanta tristezza e quanta paura ci vogliono per fare un ricco? E’ un’equazione questa che non può esistere in un mondo che tentiamo di spacciare per moderno e civilmente evoluto, ma che ci fa riflettere sul fatto che spesso anche i fattori locali sanno influenzare il sistema globale. Riflessione non da poco, che riaccende un flebile lume di speranza per illuminare quell’ obiettivo di collaborazione di cui talvolta ci dimentichiamo, unica arma di cui l’uomo dispone per far fronte alle disuguaglianze di cui è vittima.

Camilla Risoli - "Il Buco", Liceo scientifico Respighi